Everest 2015 Film HD Streaming

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Lontano dall’essere un film giocattolo, Everest congela gli aspetti eroici dell’alpinismo e smaschera la visione ludica (e prosaica) dell’arrampicata (sociale)
Marzia Gandolfi     ***--
Locandina Everest

Qualche volta per scrivere un articolo, per mantenere una promessa, per ispirare i più giovani, per combattere la depressione, per arricchirsi, per accumulare obiettivi, per alimentare il proprio sogno e realizzare quello degli altri si è disposti a tutto, anche a scalare l’Everest. Al confine tra Cina e Nepal, la vetta è la meta di un gruppo eterogeneo che ha deciso di affidarsi a Rob Hall e alla sua società, l’Adventure Consultants, per tentare l’impresa. Rob è sposato con Jan e in attesa di una figlia che sogna di cullare in fondo alla discesa. Ma le cose si complicano presto perché il campo base è affollato da dilettanti e da altre spedizioni commerciali gestite da Scott Fischer, alpinista col vizio dell’alcol. Rob e Scott trovano però ragione e modo di collaborare e il 10 maggio 1996 partono alla volta della vetta alta 8.848 metri. La scarsa preparazione dei clienti, combinata all’approssimazione organizzativa, ritarda la salita dei due gruppi. Nondimeno alcuni di loro toccheranno con mano la vetta a fianco di Rob, sempre generoso coi suoi clienti. Poi una tempesta improvvisa si solleva, soffiando sulla discesa e sul destino degli uomini.
Non si può essere romantici con la montagna, soprattutto se si è alpinisti, soprattutto se da voi dipende la vita di altre persone. E di romanticismo ‘pecca’ il protagonista di Everest, perseverando quando invece avrebbe dovuto fermarsi. Eppure Rob Hall lo sa bene. Un’alpinista sa quando la ragione deve dominare la passione e il piacere verticale che procurano le sfide estreme e i territori inesplorati. Ma quel piacere Rob non vuole negarlo a Doug, amico e cliente che ha qualcosa da dimostrare a se stesso e ai bambini della scuola frequentata dai suoi figli.
A un passo dalla vetta e in quella decisione azzardata sta il senso del ‘film di montagna’ di Baltasar Kormákur, che recupera un genere cinematografico popolare negli anni Venti e Trenta in Germania e polemizza sulla globalizzazione del viaggio che snatura la natura e i popoli che incontra. Nelle cosmogonie la montagna è il luogo delle origini, l’asse verticale di congiunzione tra il mondo celeste delle potenze divine e il mondo terreno. Il percorso dal basso all’alto per ascenderla è un’iniziazione, un cambiamento di status per chi la sfida, trascendendo in qualche modo la condizione umana. La pratica dell’alpinismo per molti aspetti si inscrive in questa logica, nella logica di purificazione e di dominazione del mondo che procura l’ascesi.
Kormákur, scalando il suo Everest tra suspense e vertigine, rimpiange quell’intendimento e denuncia le ascensioni turistiche di massa che attrezzano montagne indomabili, enfatizzano la spettacolarità delle sue attrazioni (naturali e culturali) e allargano a dismisura il campo base. Everest conduce gli attori in parete ed esplora il sentiero sbagliato infilato dall’occidente. In perfetto equilibrio tra crepacci e ghiacciai, il regista islandese sale con le masse, avanza con le mode e ‘arrampica’ i profanatori contro cui la ‘fede’ di Rob Hall, eletto dagli dei a toccare cinque volte la vetta dell’Everest, non può più nulla. La ‘democratizzazione’ della montagna, contaminata con sprovvedute ambizioni e lattine sfondate, quelle che Rob raccoglie turbato, ne ha depotenziato la sfida (drammatica, sportiva, poetica, simbolica). Sfida alla base di un genere prodotto dal XIX secolo, che inventò il cinema e la montagna e li mise l’uno al servizio dell’altra.
Lontano dall’essere un film giocattolo, Everest, condotto ‘su corda’ da Jason Clarke e Jake Gyllenhaal, congela gli aspetti eroici dell’alpinismo e smaschera la visione ludica (e prosaica) dell’arrampicata (sociale). Il viaggio sentimentale, l’attitudine contemplativa, la conquista fisica, la montagna come luogo dei valori svaniscono dentro una tempesta e un disappunto (di natura) che suona come ultima parola. Perché come diceva George Mallory, alpinista inglese morto sulla celebre vetta nel 1924, l’Everest “è lì” a ricordarci il rispetto che si deve alla natura e all’altezze inaccessibili. Tratto dal saggio di Jon Krakauer (“Aria Sottile”), giornalista di “Outside” sopravvissuto alla spedizione del 1996 in cui morirono otto persone, Everest chiude su un’ultima ascesa, quella della macchina da presa a cercare un ‘risveglio’, un nuovo funambolico ardimento, destinato a cancellare da altre pareti la parola impossibile e a ritrovare il valore e la dimensione della professionalità. Una competenza declinabile con moralità.

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L’alpinismo nacque alla fine dell’Ottocento un po’ per ragioni di esplorazione geografica e scientifica e un po’ per ragioni filosofiche o, più sottilmente, psicoanalitiche.

Infatti, dall’inizio dei tempi, per l’uomo la montagna è il luogo (e spesso un luogo estremo) che unisce la terra al cielo: la montagna è un percorso catartico che ci fa ascendere verso la purezza e ci libera dalla natura corrotta.

Questo almeno secondo la visione romantica dell’alpinismo eroico e nobile dei primi tempi, che è stato raccontato in passato in numerosi film.

Il film “Everest” del regista islandese Baltasar Kormàkur racconta e condanna, invece, l’alpinismo turistico e di massa di oggi, che è corrotto e svilito da ogni punto di vista.

300mila spettatori: sono quanti sono andati al cinema in Italia a vedere Everest, il film di Baltasar Kormákur che racconta la tragica spedizione del 1996 sulla montagna più alta delmondo basandosi sul libro Aria Sottile di Jon Krakauer.

Già in occasione della proiezione in anteprima come film di apertura della 72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la critica si era divisa (qui una rassegna di recensioni in italiano) e ora anche Jon Krakauer, che a quella spedizione partecipò inviato dal mensile americano Outside per testimoniare del boom delle spedizioni commerciali sull’Everest, prende le distanze dal film (qui quanto costa scalare l’Everest).

Krakauer, autore anche di Into the Wild (qui tutto quello da sapere sulla storia di Chris McCandless), parlando con il Los Angeles Times ha detto che il film Everest “It’s total bull”. Una bufala colossale, o una boiata pazzesca per dirla con un’espressione a noi nota. In particolare Krakauer riapre l’annosa querelle con l’alpinista kazako Anatoli Boukreevcontestando al regista del film Everest il passaggio in cui Boukreev, tra i sopravvissuti, chiederebbe a Krakauer di tornare sulla montagna a salvare Rob Hall (interpretato nel film da Jason Clarke):

“I never had that conversation,” Krakauer says. “Anatoli came to several tents, and not even sherpas could go out. I’m not saying I could have, or would have. What I’m saying is, no one came to my tent and asked.”

“Non ho mai avuto quella conversazione. (La guida russa) Anatoli Boukreev è andata in diverse tende e nemmeno gli sherpa potevano uscire. Non sto dicendo che io avrei potuto o lo avrei fatto. Quello che dico è che nessuno è venuto nella mia tenda e mi ha chiesto qualcosa”.

Kormákur e gli sceneggiatori si sono difesi dicendo di aver voluto fare un film il più realistico possibile basandosi sul maggior numero di fonti disponibili (comprese le comunicazioni radio) e che l’intenzione era quella di evidenziare il senso di impotenza dei sopravvissuti in una situazione al limite dell’impossibile.

Di fatto è che il film Everest ha riaperto l’annosa querelle da Krakauer e Anatoli Boukreev: nel libro Aria Sottile (qui la recensione del libro) l’alpinista kazako, uomo rispettato e apprezzato nell’ambiente alpinistico del tempo, viene sostanzialmente accusato di aver abbandonato i clienti e di avere concrete responsabilità nella tragedia. Dopo l’uscita del libro Boukreev cercò di difendersi e chiarire la sua posizione, sia scrivendo un libro a sua volta (The Climb: Tragic Ambitions on Everest) che cercando un contatto diretto con Krakauer. Nel 1997 però Boukreev morì travolto da una valanga sull’Annapurna non riuscendo a chiudere una volta per tutte quella polemica.

Redazione Autore