Come vedere The Walk (2015) Film Streaming

Momenti di grandi emozioni alla Festa del Cinema di Roma grazie a Philippe Petit, il funambolo di fama mondiale che il 7 agosto del 1974, esattamente un giorno prima delle dimissioni di Richard Nixon, regalò ai cittadini di New York uno spettacolo unico: la sua celebre camminata su una fune d’acciaio tesa tra le due torri gemelle del World Trade Center non ancora inaugurate. È venuto nella Capitale per presentare il nuovo film di Robert Zemeckis (Ritorno al Futuro, Forrest Gump),The Walk 3D, che ripercorre la storia di quell’impresa impossibile ma assolutamente vera, già raccontata da Petit nel suo bestseller internazionale, Toccare le nuvole (To Reach the Clouds), pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie come tutti gli altri suoi libri. Tra questi, Trattato di funambolismo è il più conosciuto ed amato, un caso letterario che ha affascinato artisti e intellettuali di tutto il mondo perché in esso è raccolta e spiegata l’essenza di quell’arte, sottile, effimera e ineffabile come l’arte di vivere. “Un uomo che sa camminare sulla corda”, ha scritto, “cammina anche sulla corda metaforica tesa sulle difficoltà quotidiane della vita”.

Anche nel film, molto fedele al libro, sono ricordati i suoi primi anni a Parigi – dove Philippe, interpretato da Joseph Gordon-Leavitt – iniziò a lavorare facendo l’artista di strada – l’incontro con Annie (Charlotte Le Bon), con il suo migliore amico Jean-Louis (Clément Sibony) e con papà Rudy (Ben Kingsley) – un funambolo di professione che gli insegnò alcuni indimenticabili segreti del mestiere – fino ai viaggi a New York per la realizzazione del sogno e – ancora – l’incontro con Jean-Pierre (James Badge Dale), il venditore che fornisce un collegamento chiave permettendo al gruppo di mettere a segno il colpo, i primi progetti e le perlustrazioni segrete nelle torri ancora in costruzione. Quelle che sono state uno dei simboli di New York, barbaramente distrutte l’11 settembre del 2001, sono rimaste per sempre nel cuore di Petit: “le ho viste crollare, scagliando e schiacciando migliaia di vite”, ha spiegato in conferenza stampa. “In quel momento, l’incredulità precedette il dolore per l’annientamento degli edifici e la perplessità venne prima della rabbia di fronte all’intollerabile perdita di quelle vite”. “L’11 settembre non ha distrutto solo le due torri. Il loro ricordo vivo è dentro di me; prima erano solo mie, ma da quel triste avvenimento, sono diventate le nostre”, ha aggiunto questo uomo geniale e romantico, per la prima volta a Roma ma non in Italia (“da non credere, lo so, me ne stupisco anche io”), un sessantaseienne che oltre a scrivere libri, a tenere conferenze in giro per il mondo e ad avere un suo one man show a New York (Wireless), si esercita ancora tre ore al giorno, tutti i giorni, su filo, “ma ho ancora tanti altri progetti in mente”.

Anni fa è uscito un documentario su questa storia, Man on wire, che ha invitato a vedere prima del film, per avere informazioni e camminare con lui su quel filo. “La sensazione che ho avuta – ha spiegato – è che siano due quadri fatti da due pittori diversi, uno più attinente alla storia vera e uno che porta in scena la condivisione con il pubblico di un momento vitale, di una partecipazione impossibile”. In più, il film è girato in 3D, di solito da lui odiato, “perché amando molto il cinema penso che non serva, che a essere necessari siano il talento del montatore, del regista, del direttore della fotografia e di tutti quelli che fanno un film”. Per Zemeckis ha fatto però un’eccezione, “perché il 3D mi permette di portare il pubblico con me su quel cavo”.

The Walk – spettacolare ed emozionante – è una lettera d’amore a quei simboli perduti ma soprattutto a New York, la città dove Petit ha scelto di vivere. Nelle sale italiane uscirà il 22 ottobre prossimo per Warner Bros. Da non perdere.

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‘The walk’, la passeggiata nel cielo di Petit raccontata da Zemeckis

Nei cinema da giovedì. Presentato con il funambolo alla Festa del cinema. GUARDA I VIDEO

Si agita sul palco, mima la sua camminata nel vuoto, risponde a tutto con intelligenza e brio, insomma un incontro con Philippe Petit che ha incantato tutti. E lui, quello che definisce le sue performance funamboliche “teatro nel cielo” l’uomo che ha attraversato le Torri gemelle su un cavo nel 1974, un’impresa prima raccontata in un documentario Man on Wire e ora in The Walk di Robert Zemeckispassato ieri alla Festa di Roma e in sala con la Warner da giovedì.

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Da lui, 66 anni, dieci libri all’attivo, tra cui uno sulla creatività, uno sul borseggio e uno sulla prestidigitazione anche un progetto per una performance in Italia: “Vorrei attraversare le cave di marmo di Carrara con un’illuminazione fatta da trentamila candele e con la musica di sottofondo. Aspetto solo l’invito delle autorità”. Sul crollo delle Torri gemelle dice: “E’ una domanda a cui non amo rispondere. Non riesco ad esprimere sentimenti in una vicenda in cui sono morte migliaia di persone oltre, ovviamente, il dispiacere della morte delle Torri”.

Il funambolismo aggiunge poi “non sarà mai uno sport. Lo sport lo si fa per divertimento, per competere, non ha la profondità di un’arte. Io faccio teatro nel cielo. E questo in solitudine. In qualunque artista che si appassioni alla propria arte c’è sempre solitudine. È importante essere soli”. Dell’attore che lo ha interpretato nel film The Walk, Joseph Gordon-Levitt dice: “Ho voluto che venisse da me anche se avevamo solo otto giorni per allenarci. Inizialmente ho solo tracciato una riga a terra per farlo allenare, una cosa anche più difficile perché una linea morta non può rendere l’idea di cosa è il funambolismo. Comunque dopo solo otto giorni è riuscito ad attraversare una corda lunga trenta metri”. Paura? “Non provo mai paura. Sono troppo concentrato, quando sono sulla fune trasporto con me la mia vita, sono fatto così“.

Sulla sua impresa, ripetuta ben otto volte ad un’altezza di circa 400 metri, spiega: “Una volta finita la prima traversata non volevo ancora festeggiare. Mi ero servito solo per saggiare la corda. Mi sentivo come un re, elegantissimo seduto sul suo trono – dice l’artista parlando del suo essersi disteso al centro della corda -. Poi ho visto di sotto il pubblico e non volevo deluderlo e così in 45 minuti ho attraversato il filo otto volte”. Il cavo è per lui qualcosa di importante: “E’ come un animale vivo, una curva catenaria, mai davvero retta ma piuttosto un sorriso che unisce i due posti e allo stesso tempo unisce le persone che vivono in quegli stessi luoghi”. Come è arrivato a fare il funambolo?: “E’ stata una cosa del tutto naturale. Ho cominciato a fare i giochi di magia, poi ho fatto il giocoliere e alla fine sono arrivato al funambolismo per una naturale evoluzione”. Per Philippe Petit è la prima volta a Roma: “Non c’ero mai stato, ora la visiterò e vedrò se ci sono dei luoghi in cui possa immaginare la mia esibizione. Ma ci vuole un invito del governo, delle autorità competenti. Solo così poi potrei presentare un progetto”.

Philippe Petit alla Festa del cinema di Roma: «The Walk vi porterà con me sul filo»

Le imprese del funambolo Philippe Petit Le immagini tratte dal film The Walk 3D
Con buona pace di Jude Law e Sorrentino, quello con Philip Petit – il funambolo francese artefice dell’impresa «sul filo» più famosa della storia: la traversata delle Torri gemelle del 1974 – è stato finora l’incontro più interessante e frizzante di questa decima edizione della Festa del cinema di Roma. Petit è arrivato nella capitale per presentare The Walk 3D, il nuovo film di Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Forrest Gump) in uscita in Italia il 22 ottobre e che (ri)porta sul grande schermo proprio la leggendaria impresa newyorkese di Petit. Ma, a differenza del documentario premio Oscar del 2009 Man on wire, stavolta sul filo con l’artista-acrobata ci saliamo tutti: la pellicola è infatti in 3D e la sensazione è quella di trovarsi proprio a penzoloni tra le nuvole lassù (bellissimo).

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Il film è tratto dal libro di Petit Toccare le nuvole, appena pubblicato in Italia (l’interessato ci tiene particolarmente a promuoverlo) e, come racconta lui stesso, «riporta tante situazioni vere e un paio di cose inventate da regista e produttori per rendere il film più adatto a Hollywood». Per esempio? «Per dire tutti gli elementi sbagliati o assurdi ci metteremo 4 ore. Ciò che mi turba maggiormente è che Zemeckis abbia deciso che fosse necessario farmi inciampare sul cavo: se l’avessi fatto veramente non sarei neanche qui a parlarne».

Invece Petit sul palco parla, si alza, cammina, imita i passi sul filo: «Io ho 66 anni e continuo a esercitarmi ancora tre ore al giorno, tutti i giorni, su filo. Ho tanti progetti in mente». Poi tira anche una cordicella fuori dal taschino: «Giro sempre con un cavo in tasca perché quando vedo un luogo che mi piace penso sempre a dove potrei attaccarlo», scherza (no non è vero, non scherza!).

Il film è anche un tributo alle torri gemelle, che i newyorkesi impararono ad amare proprio grazie a lei.
«Per questo si può immaginare come mi sia sentito, quando migliaia di persone sono morte nel crollo. L’11 settembre non ha distrutto solo le due torri».

Altri posti impossibili da attraversare ne ha in mente?
«Sotto il mio letto conservo una enorme scatola rossa sulla quale c’è scritto “progetti”. Aprendola trovo immagini di cattedrali, montagne, luoghi meravigliosi – naturali o costruiti – su sui avrei voglia di salire. Per esempio sogno di attraversare le statue dell’Isola di Pasqua».

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Il funambolismo è più uno sport o un’arte?
«Lo sport si fa per divertimento, per competere, ma non potrà mai avere la profondità di un’arte. Io non sono nato nel circo e sono fortunato a non essere diventato un funambolo come li vediamo lì. Quelli del circo sono acrobati che spesso fanno finta di perdere l’equilibrio o inciampare per avere l’applauso del pubblico quando si riprendono. Io, invece, faccio teatro nel cielo».

La solitudine è necessaria a un’arte come la sua?
«Qualunque artista che si appassioni alla sua arte deve provare questa sensazione di solitudine: un artista può fare quello che fa solo se è solo. Quando io sono sul filo sento che c’è qualcosa di nobile e bello nell’essere solo».

Nel film a interpretarlo c’è Joseph Gordon-Levitt: com’è andata tra di voi?
«Non appena ho saputo che il regista voleva lui ho insistito che venisse da me istruito: Joseph aveva solo 8 giorni per prepararsi, ma all’ottavo è stato già in grado di percorrere 10 metri sulla fune. Non è solo una questione di fisico o equilibrio: io volevo che lui comprendesse l’anima, l’eleganza e anche il moto di ribellione e sfida del mio modo di camminare. Elementi che lui è riuscito a cogliere. Sì, certo, c’era anche uno stuntman, ma molte scene hanno proprio il corpo e piedi di Joseph Gordon – Levitt».

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La domanda è banale ma necessaria: lei non ha avuto mai paura?
«Quando qualcuno mi fa questa domanda, a volte mi viene da rispondere “paura di che?”. So che c’è un verbo che descrive il momento di quando ti stacchi dalla fune (“cadere”, ma non lo dice, ndr), ma io sono addestrato per non staccarmi mai: da quando inizio a muovere il primo passo so già che arriverò all’ultimo. Trasporto con me la vita e non ho paura».

Quelli del circo sono acrobati che spesso fanno finta di perdere l’equilibrio o inciampare per avere l’applauso del pubblico quando si riprendono. Io, invece, faccio teatro nel cielo

Che cosa rappresenta, davvero, per lei quel cavo?
«Io non sono religioso perché credo in unico Dio ma sono religioso perché credo in molte forze sopra di noi. “Religione” viene dal latino “relegare”, ossia legare insieme le cose e le persone. Ecco perché per me il cavo è qualcosa di particolarmente importante, quasi sacro».

Il 3D utilizzato dal film le piace?
«Io in genere odio il 3D, perché amando molto il cinema penso che non serva, che a essere necessari siano il talento del montatore, del regista, del direttore della fotografia e di tutti quelli che fanno un film. Però questo film di Zemeckis per me è un’eccezione perché il 3D mi permette di portare il pubblico con me sul cavo. Per me il 3D è necessario solo nelle sequenze in cui cammino».

Che differenza c’è, se c’è, tra rivedersi in un documentario come Man on wire e in un film di finzione come questo?
«La sensazione è che siano due quadri fatti da due pittori diversi: uno più attinente alla storia vera – anche se pure in Man on wire c’era qualcosa su cui non ero d’accordo – e uno porta in scena la condivisione con il pubblico di una partecipazione “impossibile”. Il consiglio è vedere entrambi: partire dal documentario per avere informazioni e poi il film per camminare con me su quel filo».

Redazione Autore